Cittadinanza a Rischio: il D.L. 36/2025 e la "Trappola" della Generazione Intermedia
Un’analisi sulle nuove barriere probatorie e la retroattività normativa che minaccia migliaia di discendenti.
Per decenni, i discendenti di emigrati italiani, specialmente in Sud America, hanno coltivato il sogno di vedere riconosciuto il proprio legame di sangue con l'Italia. Un diritto, quello alla cittadinanza iure sanguinis (per diritto di sangue), che si acquisisce alla nascita e che l'amministrazione o un tribunale sono chiamati semplicemente a certificare. Tuttavia, questo percorso è da tempo irto di ostacoli, primo fra tutti l'enorme arretrato dei consolati. In Paesi come il Brasile, l'attesa per un appuntamento può superare il decennio, un'inerzia che di fatto nega il diritto e spinge molti a rivolgersi ai tribunali italiani.
A questo problema strutturale si è aggiunto un ostacolo ben più insidioso: il Decreto-Legge 28 marzo 2025, n. 36. Questa nuova normativa, emanata con la motivazione di gestire un presunto "afflusso incontrollato" di domande, rischia di cancellare con un tratto di penna il diritto alla cittadinanza per migliaia di discendenti, introducendo requisiti retroattivi e barriere probatorie quasi insormontabili.
Il Problema Pratico: La "Trappola" della Generazione Intermedia
Il cuore del problema risiede in una nuova, drastica condizione introdotta dal decreto. Secondo il consolidato principio dello ius sanguinis, la cittadinanza si trasmette di genitore in figlio come un filo ininterrotto, a prescindere dal fatto che le generazioni intermedie abbiano o meno formalizzato il loro status con un passaporto italiano. Il diritto sorge ope legis, cioè per effetto diretto della legge, al momento della nascita.
Il D.L. 36/2025 spezza questa logica con una norma retroattiva. In sintesi, stabilisce che un discendente nato all'estero non è considerato cittadino italiano se un suo ascendente di primo o secondo grado (genitori o nonni) non possedeva esclusivamente la cittadinanza italiana.
Questa è una vera e propria "trappola" per chi proviene da Paesi che adottano lo ius soli (diritto del suolo), come il Brasile. I figli degli emigrati italiani, pur essendo cittadini italiani per discendenza, acquisivano automaticamente alla nascita anche la cittadinanza del Paese in cui nascevano. Molti di loro, pur avendo pieno diritto alla cittadinanza italiana, non hanno mai compiuto il passo formale per richiederne il riconoscimento. Di conseguenza, non possedevano "esclusivamente" la cittadinanza italiana. Oggi, il decreto usa questa circostanza, fino a ieri irrilevante, per punire i loro nipoti, negando loro un diritto che hanno acquisito alla nascita.
La Risposta Legale: Perché i Tribunali Potrebbero Disapplicare Questa Legge
Di fronte a una norma così penalizzante, la strategia difensiva si basa su solidi principi del diritto italiano ed europeo. I ricorsi presentati nei tribunali italiani, come quello depositato presso il Tribunale di Venezia, chiedono ai giudici di non applicare il nuovo decreto per tre motivi fondamentali.
- 1. La Prova Impossibile e la Violazione del Diritto di Difesa (Artt. 3 e 24 Cost.) Il decreto non solo cambia le regole sostanziali, ma sovverte anche quelle processuali. Inverte l'onere della prova, chiedendo al ricorrente non più solo di dimostrare la propria linea di discendenza, ma di fornire una probatio diabolica. Al discendente viene chiesto di provare un "fatto negativo universale": che il suo avo e tutti i suoi discendenti non abbiano mai, in nessun luogo del mondo e in nessun momento, perso la cittadinanza italiana. Questa è una barriera probatoria insormontabile che, di fatto, annienta il diritto alla tutela giurisdizionale garantito dall'art. 24 della Costituzione. Una norma che impone una prova impossibile è manifestamente irragionevole (violando l'art. 3 Cost.).
- 2. Il Contrasto con il Diritto dell'Unione Europea (Art. 20 TFUE) La cittadinanza italiana è la porta d'accesso alla cittadinanza dell'Unione Europea e ai diritti che ne derivano (art. 20 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea). La Corte di Giustizia dell'UE ha stabilito (nel celebre caso Rottmann) che le decisioni nazionali che comportano la perdita dello status di cittadino UE devono rispettare il principio di proporzionalità. Revocare retroattivamente la cittadinanza a una persona perché il nonno non ha mai richiesto un documento è una misura palesemente sproporzionata.
- 3. L'Uso Improprio del Decreto-Legge (Art. 77 Cost.) La Costituzione consente al Governo di legiferare tramite decreto-legge solo in "casi straordinari di necessità e d'urgenza". L'arretrato dei consolati e il numero di richieste di cittadinanza non sono un'emergenza improvvisa, ma un problema strutturale e noto da decenni. Usare lo strumento della decretazione d'urgenza per imporre una riforma così radicale dei diritti di status appare come un abuso dello strumento legislativo in violazione dell'art. 77 della Costituzione.
Conclusione: Una Speranza dalla Giurisprudenza
Nonostante il quadro preoccupante, la battaglia legale è appena iniziata e i primi segnali sono incoraggianti. Un precedente fondamentale è giunto dal Tribunale di Torino che, con un'ordinanza del 25 giugno 2025, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del nuovo decreto, definendolo una vera e propria "revoca implicita" e "retroattiva" della cittadinanza.
Il giudice torinese ha ritenuto che la norma violi il legittimo affidamento dei cittadini e si ponga in contrasto con il diritto dell'Unione Europea, che non consente una perdita automatica della cittadinanza senza un esame individuale di proporzionalità.
Questa ordinanza rappresenta un'autorevole conferma che le criticità del D.L. 36/2025 sono evidenti e fondate. La strada per il riconoscimento del diritto alla cittadinanza è oggi più complessa, ma i principi fondamentali della nostra Costituzione e del diritto europeo offrono solide fondamenta per difendere un legame che la sola burocrazia non può e non dovrebbe spezzare.