Febbraio 2026

Cittadinanza a Rischio: il D.L. 36/2025 e la "Trappola" della Generazione Intermedia

Un’analisi sulle nuove barriere probatorie e la retroattività normativa che minaccia migliaia di discendenti.

Per decenni, i discendenti di emigrati italiani, specialmente in Sud America, hanno coltivato il sogno di vedere riconosciuto il proprio legame di sangue con l'Italia. Un diritto, quello alla cittadinanza iure sanguinis (per diritto di sangue), che si acquisisce alla nascita e che l'amministrazione o un tribunale sono chiamati semplicemente a certificare. Tuttavia, questo percorso è da tempo irto di ostacoli, primo fra tutti l'enorme arretrato dei consolati. In Paesi come il Brasile, l'attesa per un appuntamento può superare il decennio, un'inerzia che di fatto nega il diritto e spinge molti a rivolgersi ai tribunali italiani.

A questo problema strutturale si è aggiunto un ostacolo ben più insidioso: il Decreto-Legge 28 marzo 2025, n. 36. Questa nuova normativa, emanata con la motivazione di gestire un presunto "afflusso incontrollato" di domande, rischia di cancellare con un tratto di penna il diritto alla cittadinanza per migliaia di discendenti, introducendo requisiti retroattivi e barriere probatorie quasi insormontabili.

Il Problema Pratico: La "Trappola" della Generazione Intermedia

Il cuore del problema risiede in una nuova, drastica condizione introdotta dal decreto. Secondo il consolidato principio dello ius sanguinis, la cittadinanza si trasmette di genitore in figlio come un filo ininterrotto, a prescindere dal fatto che le generazioni intermedie abbiano o meno formalizzato il loro status con un passaporto italiano. Il diritto sorge ope legis, cioè per effetto diretto della legge, al momento della nascita.

Il D.L. 36/2025 spezza questa logica con una norma retroattiva. In sintesi, stabilisce che un discendente nato all'estero non è considerato cittadino italiano se un suo ascendente di primo o secondo grado (genitori o nonni) non possedeva esclusivamente la cittadinanza italiana.

Questa è una vera e propria "trappola" per chi proviene da Paesi che adottano lo ius soli (diritto del suolo), come il Brasile. I figli degli emigrati italiani, pur essendo cittadini italiani per discendenza, acquisivano automaticamente alla nascita anche la cittadinanza del Paese in cui nascevano. Molti di loro, pur avendo pieno diritto alla cittadinanza italiana, non hanno mai compiuto il passo formale per richiederne il riconoscimento. Di conseguenza, non possedevano "esclusivamente" la cittadinanza italiana. Oggi, il decreto usa questa circostanza, fino a ieri irrilevante, per punire i loro nipoti, negando loro un diritto che hanno acquisito alla nascita.

La Risposta Legale: Perché i Tribunali Potrebbero Disapplicare Questa Legge

Di fronte a una norma così penalizzante, la strategia difensiva si basa su solidi principi del diritto italiano ed europeo. I ricorsi presentati nei tribunali italiani, come quello depositato presso il Tribunale di Venezia, chiedono ai giudici di non applicare il nuovo decreto per tre motivi fondamentali.

Conclusione: Una Speranza dalla Giurisprudenza

Nonostante il quadro preoccupante, la battaglia legale è appena iniziata e i primi segnali sono incoraggianti. Un precedente fondamentale è giunto dal Tribunale di Torino che, con un'ordinanza del 25 giugno 2025, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del nuovo decreto, definendolo una vera e propria "revoca implicita" e "retroattiva" della cittadinanza.

Il giudice torinese ha ritenuto che la norma violi il legittimo affidamento dei cittadini e si ponga in contrasto con il diritto dell'Unione Europea, che non consente una perdita automatica della cittadinanza senza un esame individuale di proporzionalità.

Questa ordinanza rappresenta un'autorevole conferma che le criticità del D.L. 36/2025 sono evidenti e fondate. La strada per il riconoscimento del diritto alla cittadinanza è oggi più complessa, ma i principi fondamentali della nostra Costituzione e del diritto europeo offrono solide fondamenta per difendere un legame che la sola burocrazia non può e non dovrebbe spezzare.